Un respiro prolungato fugge via da cavità umane e sembra
quasi vento, diventa quasi musica, quasi canto.
La fatica ed il piacere si alternano in quella bocca che si
attacca all’aria, e si disperdono in quella stessa aria riempita da un viso e
da nuvole di fiato.
Aria è un mare che non bagna, un tuffo costante, un abisso
orizzontale e verticale, senza fondali, senza pesci, dove correre e stare fermi.
L’aria ha il limite di una tinozza di cielo, immenso ed impalpabile, non liquido, che la contiene tutta, schiacciando visivamente corpi
puntiformi.
Della stessa sostanza dell’anima, ingoiata da una cavità di
carne ne ha smarrito il peccato, fuggendo via verso l’alto, leggera.
Un respiro prolungato pare quasi divenire voce, un urlo ed
una smorfia, un uomo ed un animale, forme alterate, il verso di un’ombra
sfregiata da luci bianche schizzate all'improvviso.
Un respiro è fluido caldo su cui far scorrere la parola, da
far sgorgare copioso, come sangue, come seme, come poesia, come vita.
Nel movimento dei corpi, la pelle plasmata dal vento si
ribella alle chiusure geometriche, alle forme già tracciate, alle danze
studiate col moto degli arti, e codifica la voce interiore, lo zefiro modulato, lo smarrimento breve, la dissoluzione
continua.
Mi confondo con il mio ambiente bevendo ossigeno dalle
narici, soffiando calore e memoria labile di uomo nei miei liberi percorsi.